La varietà di fico lavorata dai Fratelli Marano è quella tipica del Cosentino, ovvero il Fico Dottato. Un frutto particolarmente polposo e dagli acheni (semi) minuscoli, col giusto equilibrio zuccherino. Il Dottato è rinomato come la più alta qualità di fico del Mediterraneo. Il giusto riconoscimento a questa eccellenza del Cosentino arriva anche dalla Comunità Europea, che il 22 Giugno del 2011 lo fregia del marchio D.O.P.

 

Tra storia, miti e leggende

Il fico è in assoluto una delle piante più antiche della storia. Furono le prime civiltà agricole in Mesopotamia, Palestina ed Egitto a coltivarlo e diffonderlo nel Bacino del Mediterraneo. Nel sito archeologico di Gigal, villaggio abitato 11400 anni fa presso il fiume Giordano, sono state scoperte piccole parti carbonizzate del frutto, a dimostrazione che il fico era coltivato molto prima dell’orzo e del grano.

La Bibbia cita il fico come primo “vestito” della storia: Adamo ed Eva si coprirono di foglie di fico, e così li troviamo rappresentati in alcuni tra le più celebri opere d’arte al mondo.

 

In India il fico era l’albero sacro di Visnü e Shiva, poi divenne l’albero cosmico del Risveglio di Buddha, vero e proprio Albero della Vita.

Anche gli antichi egizi consideravano il fico un albero cosmico, assimilato alla Fenice e alla Rinascita di Osiride, il Sole.

Nell’antica Grecia il fico è protagonista di molti miti. Albero sacro, la cui nascita è attribuita a Dionisio, era particolarmente amato da Platone, noto non a caso come “il mangiatore di fichi”, che riconosceva al fico la proprietà di rafforzare l’intelligenza.

Presso i romani il fico era sacro a Marte, vero fondatore della Città Eterna e padre, secondo la leggenda, di Romolo e Remo, allattati dalla lupa all’ombra di un fico. Plinio sosteneva che

“Mangiare fichi rende più forti i giovani, aiuta la salute degli anziani e attenua le rughe

L’imperatore Augusto li abbinava volentieri al formaggio e al pesce; Seneca al pane, come pasto completo. Citazioni storiche sull’antica lavorazione delle Crocette, ottenute da quattro fichi secchi incrociati e sovrapposti, si ritrovano addirittura nelle Satire di Orazio e in Columella, che ci ha lasciato un’autorevole opera di agraria (De Re Rustica), preziosa testimonianze di una lavorazione che vanta oltre 2000 anni di storia:

“Altri scelgono qualunque grossissimo fico verde e lo dividono in due parti colla canna o colle dita e così dilatato lo mettono ad appassirsi al sole. […] Come accostumano gli Africani e gli Spagnoli li uniscono vicendevolmente e li comprimono”.

Greci e romani coltivarono intensamente il fico, soprattutto in Puglia, Campania, Sicilia e Calabria, dove tuttora la produzione è ben avviata ed in fase crescente.

Ancora oggi i contadini calabresi lasciano seccare i fichi al sole, proprio come facevano i popoli che li hanno preceduti, per poi affidarli alle cure dei Fratelli Marano, che li lavorano con passione da tre generazioni.